Crisi economica: cosa ci attende

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Di ritorno dalle vacanze in luoghi sperduti, ho trovato il tema della crisi economica e, per capire meglio, ho voluto leggere tutti gli articoli di fondo dei quotidiani che ho potuto trovare.

Come scrive Serge Latouche, un programma di lotte deve aprire almeno la  porta della speranza… lancia una parola d’ordine del protezionismo sociale ed ambientale, che  ritengo da tempo necessaria.

1) Gli articoli di fondo più allarmanti sono apparsi sia sul Corriere della Sera, sia sul Sole 24 Ore. Sono diversi scritti che, attribuendo la responsabilità della crisi economica alla necessità dei partiti di cercare i consensi tra gli elettori, vogliono accreditare la necessità di un nuovo ordine di governo europeo, in parte già operante, anche se non legittimato, svincolato dalla necessità di ottenere il consenso elettorale. Scrive Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere del 17 agosto:

“Tutto ha inizio con il suffragio universale… La questione decisiva è dunque ogni volta la seguente: come ottenere quel voto in più? Nel corso del tempo le risposte si sono andate riducendo in pratica ad una sola: spendendo, impiegando risorse per soddisfare le esigenze o comunque le richieste dei più vari gruppi sociali in modo da ottenere così il favore elettorale…La spesa pubblica ha acquistato in questo modo, un ruolo assolutamente decisivo nella costruzione del consenso democratico.”

Se qualcuno pensasse che Galli Della Loggia si riferisse al debito colossale contratto nel 2008 dalle banche centrali per salvare dal fallimento diverse banche private (leggete cosa scrive a questo proposito Giulietto Chiesa su sinistrainrete.info), le conclusioni dell’articolo non lasciano dubbi.

Egli conclude:

”…il sistema produttivo non genera ricchezza sufficiente da consentire un prelievo fiscale crescente, o tale comunque da soddisfare le richieste che fanno la fila davanti allo sportello della politica. E’ quello che è capitato alle democrazie occidentali più o meno negli ultimi trent’anni, allorché, inoltre, il grande consolidamento postbellico dei regimi democratici ha voluto dire un’immissione stabile nella cittadinanza dei più larghi strati sociali, di milioni di persone… E’ a questo punto che le classi politiche sono state costrette a cercare le risorse necessarie ad ottenere il consenso ricorrendo sempre più all’indebitamento… Ma il problema com’è chiaro non è nella finanza o nella speculazione: è nei deficit di bilancio di democrazie che non sanno essere che democrazie della spesa.” .

Chiaro? Noi, milioni, che abbiamo avuto accesso solo nel dopoguerra al voto saremmo dediti a garantirci rendite parassitarie e finanziamenti pubblici in cambio del voto.

Se per la borghesia italiana questa è la causa della crisi, è evidente la scelta per un direttorio europeo che risponda a pochi soggetti “illuminati”, come praticavano i liberali dell’ottocento. D’altra parte sulla stessa linea già Alberto Alesina faceva eco a Piero Ostellino: entrambi sul Corriere della Sera dell’8 agosto lamentavano un eccesso di spesa pubblica e di statalismo sia in Europa, sia in America.

Ostelinno su sul Corriere della Sera dell’8 agosto scrive ciò :

“ …E’ accaduto persino negli Stati Uniti e in altre parti del mondo, dove il liberalismo ha ceduto il passo allo statalismo.” .

Evidentemente per loro non c’è più spazio in USA e in Europa per la sanità pubblica, l’istruzione pubblica….

Alesina, invece, con l’articolo di fondo dal titolo “In cerca di leader”, dopo aver denigrato tutta l’attuale classe politica europea e americana, troppo incline a cercare i consensi elettorali, chiude scrivendo:

”Insomma ridateci Einaudi, De Gasperi, Thatcher, Reagan, Clinton, Blair e Kohl prima che sia troppo tardi.” .

Poco importa se quest’ultimi hanno sicuramente promosso la guerra in Iraq, costruendo consapevolmente la menzogna della necessità di una guerra per eliminare in Iraq armi di distruzione di massa inesistenti. Il giorno prima, sul Sole 24 Ore del 7 agosto Giuliano Amato, dopo aver elencato i ritardi della politica sia in America, sia in Europa, nel dare risposte adeguate al mercato, “troppo turbolento”, chiude proponendo:

“ Per placare il mercato globale e incanalarlo verso comportamenti più virtuosi serve una rete forte di poteri pubblici, nel costruire la quale siamo già in ritardo”.

Sia Galli della Loggia, sia Giuliano Amato, ritornano ad insistere sugli stessi argomenti negli articoli di fondo del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore del 21 agosto.

Amato scrive il 21 agosto, sempre sul Sole 24 Ore, rivolgendo un appello al Presidente del Consiglio Europeo affinché promuova un più efficace funzionamento delle Commissioni Europee, forzandone le attribuzioni, perché:

” è esattamente questo ciò che serve ai mercati: non dichiarazioni rinnovantisi di pur autorevoli personalità europee, ma punti di riferimento affidabili sulle scelte che sta facendo e che intende fare nella sua integrità l’Europa dell’euro.”

Non c’è male per un capo del governo di centro sinistra che già si è distinto in passato per aver sostenuto la cessione di poteri fuori da ogni controllo democratico al Fondo Monetario Internazionale, al WTO, alla Banca Centrale Europea (Bce).

Queste posizioni politiche, che contrastano quelle che nel frattempo gridano al “Commissariamento” dell’Italia da parte della Bce, per aver dettato pubblicamente al Governo italiano la necessità e i contenuti della manovra finanziaria, sono tecnicamente disoneste perché non spiegano come mai il disavanzo dei bilanci statali dei paesi democratici, sia governati dal centrodestra sia dal centrosinistra, siano divenuti insostenibili tutti insieme e in modo non previsto.

Cioè non si propongono affatto di indagare perché ci sia stata anche una mancata crescita delle entrate fiscali, che avrebbero dovuto coprire il disavanzo.

2) Meno pericolosi, ma piuttosto deludenti perché incapaci di proposte e di una seria indagine sulle cause della crisi, sono altri articoli di fondo del Corriere, come quello del 13 agosto di Angelo Panebianco o quello di Romano Prodi (La politica delle toppe non risolve la crisi) sul Messaggero del 7 agosto. Entrambi chiedono riforme e ulteriori privatizzazioni e liberalizzazioni, come se negli ultimi trent’anni non ci fossero state solo politiche liberiste. Li tralascio.

3) Ma in verità non tutti gli opinionisti della borghesia sono così pericolosamente mediocri e disonesti. Diversi infine pongono l’attenzione sul problema della mancata crescita produttiva prevista in Europa e negli USA o meglio sui dati della non prevista stagnazione.

Lo accenna sul Corriere del 12 agosto Ferruccio De Bortoli (Rigore, Crescita ed Equità: una emergenza tre condizioni) e lo ripropone Mario Monti, due giorni dopo, il 14 agosto sempre sul Corriere (Emergenza, Crescita, Equità: un nuovo governo dell’economia), che attribuisce al governo italiano una scarsa attenzione al tema:

“…la priorità crescita, pur sottolineata dalla Commissione europea e dalla Bce, rischia di essere vissuta come meno prioritaria, nella situazione di emergenza in cui l’Italia, per sua responsabilità, è venuta a trovarsi.”

Ma niente di più: ancora nessuna analisi sulle cause che hanno impedito il realizzarsi delle previsioni di crescita e come evitare la recessione. Finalmente il 18 agosto, sull’articolo di fondo di La Repubblica (La crescita dimenticata), Tito Boeri mette i piedi nel piatto e avvisa che tutti i sacrifici, quelli fatti e quelli previsti, potrebbero risultare del tutto inutili per un fatto matematico e ovvio.
Egli conclude:

“ …il debito cresce quando il tasso di crescita dell’economia è inferiore al tasso di interesse che paghiamo sui titoli di stato. Per questo dobbiamo aumentare il tasso di crescita.”.

Sappiamo che paghiamo un interesse sul debito del 6% mentre il tasso medio di crescita storica (1992-2005) del Pil in Italia è intorno all’1%. Sappiamo che il debito pubblico incide per il 4,8% sul Pil. Quindi non c’è la possibilità di pagare gli interessi sul debito, che necessariamente crescerà sul Pil, neppure se lo Stato prelevasse con le imposte tutto l’incremento della ricchezza prodotta.

Sappiamo che oltre la metà del debito pubblico è in mano estere e che, pertanto, anche per questo motivo, è sempre meno probabile che venga reinvestito in Italia. E’ evidente che tutti gli eventuali altri prelievi fiscali produrranno un effetto recessivo. Questi sono i numeri che nessuno può manipolare. Ma neppure Tito Boeri, che pure fa un po’ di luce, ha la capacità di spiegare perché la crescita non c’è, né sa indicare come ottenerla.

4) Per avere un po’ più di soddisfazione, sul perché le previsioni di crescita non si sono realizzate e quali sono le possibili alternative, bisogna andare sui giornali liberi. Sono gli articoli di fondo di Galapagos, di Guido Viale, di Serge Latouche rispettivamente sul Manifesto del 19 e 17 agosto e del 27 luglio.

In sintesi, rammentano che ci sono una serie di equazioni funzionali tra loro collegate: non c’è crescita, perché cala la produzione in quanto cala la domanda; cala la domanda perché cala l’occupazione e il potere d’acquisto; cala l’occupazione perché le industrie trasferiscono le attività produttive in Oriente, dove il costo del lavoro è un decimo di quello europeo e, ovviamente, è un decimo anche il suo potere d’acquisto, che non può sostituire quello perso in Occidente.
Se cala il reddito tassabile, calano le entrate degli Stati, che non possono pagare gli interessi sui debiti contratti per sostenere il sistema, interessi che sono tanto più alti quanto più evidente è il rischio di fallimento.
Ma tutto il sistema è avviato al fallimento e non è vero che sul Titanic che affondava si mise a rischio la vita di tutti i passeggeri (leggi: Girolamo De Michele su Carmilla).
Guido Viale riprende da Latouche l’insostenibilità ambientale della crescita, introducendo i nuovi elementi limitanti:

”Il pianeta terra non è in grado di sostenere con le sue risorse gli attuali flussi della produzione; e men che mai i flussi di scarti e residui che accompagnano inevitabilmente gli attuali flussi della produzione”.

Galapagos rammenta gli effetti della generale delocalizzazione:

“chi si appropria di quote maggiori di valore incorporato nelle merci sottraendole al lavoro fa buoni profitti. Chi riesce a farlo meglio e di più è un ottimo capitalista, ma quando tutti i capitalisti tendono ad espropriare il lavoro è inevitabile che esploda la crisi per sproporzione tra eccesso di capacità produttiva e scarsa capacità di consumo.”

Ma tra tutti segnalo l’intero articolo di Serge Latouche su Il Manifesto del 27 luglio dal titolo “Decrescere dalla crisi” perché finalmente si parla di protezionismo ambientale e sociale per realizzare

“una società di abbondanza frugale e prosperità senza crescita”

e si danno anche indicazioni di lotte e iniziative a quanti non si rassegnano a rimanere nelle stive del Titanic, mentre la nave affonda, essendo stati chiusi dalle cancellate di ferro, per ordine del comandante, nelle stive più profonde per consentire ai passeggeri di prima classe di utilizzare le poche scialuppe di salvataggio disponibili.

Latouche conclude:

”Il necessario protezionismo selettivo richiesto da questa strategia farebbe inorridire gli esperti di Bruxelles e del Wto. Ci si dovrebbe dunque attendere misure di ritorsione e tentativi esterni di destabilizzare da parte degli interessi lesi…Il progetto della decrescita non promette di evitare il sangue e le lacrime nell’economia, ma almeno apre la strada della speranza. L’unico modo per sfuggire a questo stato di cose, ce lo auguriamo vivamente, sarebbe quello di riuscire a far uscire l’Europa dalla dittatura dei mercati e costruire l’Europa della solidarietà e della convivenza, questo cemento del legame sociale che Aristotele chiamava filia.”

Chiudo rammentando ai tanti sinistri dogmatici, che anch’essi inorridiscono perché collocano in modo assolutistico il“protezionismo” tra le scelte economiche della destra nazionalista, che nella primavera del ’45 gli operai partigiani inquadrati nelle SAP di Milano e di Torino, i quali di giorno erano costretti a caricare sui treni i macchinari delle loro fabbriche, di notte saldarono le ruote di qui treni ai binari per impedire ai tedeschi di portare in Germania le fabbriche italiane.

Oggi che i governi liberisti, con il sostegno dei sinistri dogmatici, stanno consentendo la loro “delocalizzazione” c’è molta più strada da fare…

Roberto Barocci,
Forum Ambientalista Grosseto

Un pensiero su “Crisi economica: cosa ci attende

  1. GilbertoCapanni

    Caro Roberto , con piacere ho letto la tua comunicazione .Mi ricordo le lunghe discussioni con alcuni compagni su quale fosse il modello economico da adottare in una futura società socialista o comunista ,dopo il crollo del socialismo reale .Dopo 15 anni di PRC ho le idee più confuse di prima ,poichè questo partito non ha sistemato il problema di legare lavoro,ambiente,e diritti civili (secondo una mia modesta opinione) .Per rinnovare la mia conoscenza ed in parte tentare di capire “come gira il mondo” sto studiando due libri : 1)”L’anticasta :l’Italia che funzione ,un libro per quanti sognano ancora di cambiare il Paese ,piuttosto che cambiare Paese ; 2) ” calendario della fine del mondo -date ,previsioni e analisi sull’esaurimento delle risorse del pianeta ,con introduzione di Segre Latuoche. Sto facendo l’autodidatta ,in mancanza di meglio e di completa assensa ,tra le tante cose , nel PRC di una doverosa formazione culturale (naturalmente non quella inutile e melensa dei circoli boghesi -si diceva una volta ) Saluti Gilberto

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